ETIOPIA - Varie
Lucy è una giovane ominide di circa vent'anni vissuta tre milioni e mezzo di anni fa. Il suo scheletro fu scoperto nel 1974 da Donald Johanson e Tom Gray, in una regione dell’Hadar a 150 Km a nord-est da Addis Abeba.
Durante una perlustrazione di routine, ripassando una zona già esplorata varie volte, Johanson notò improvvisamente qualcosa, che si rivelò essere lo scheletro di un ominide, il più completo mai visto di un'epoca così arcaica.
Da alcune caratteristiche suppose che fosse una femmina e la chiamò Lucy, prendendo spunto dalla canzone dei Beatles Lucy in the Sky with Diamonds, che veniva continuamente ascoltata all’accampamento.
Da allora Lucy ha fatto molto parlare di sé e ha girato tutto il mondo: ha permesso ai paleoantropologi di avere, finalmente, una ricostruzione abbastanza completa di una parte dell' evoluzione umana.
Tajeb, Johanson e Coppens raccolsero cinquantadue frammenti ossei e identificarono così una nuova specie di Australopithecus afarensis, vissuto nell'Africa orientale fra i tre e i quattro milioni di anni fa, e che potrebbe essere un antenato comune agli Australoptheci e all'uomo.
L'esame dei denti e delle ossa fa ipotizzare che Lucy avesse circa vent'anni e fosse poco più alta di un metro.

Le braccia erano più lunghe delle nostre, ma era bipede, anche se capace di arrmpicarsi agilmente sugli alberi. I resti del cranio sono molto frammentati, ma testimoniano una forte proiezione della faccia in avanti e una capacità cerebrale di circa 400 cmc, molto inferiore a quella attuale dell'uomo.

I paleoantropologi continuano a cercare e a scavare in Africa: sono infatti convinti che i predecessori dai quali si è evoluto l'uomo siano comparsi per la prima volta nell’Africa tropicale o sub-tropicale come evoluzione di qualche scimmia antropomorfa. Questa ipotesi è avvalorata dall’attuale massiccia presenza di scimmie antropomorfe in queste regioni, e dalla grande quantità di reperti fossili ritrovati, che fanno risalire la prima comparsa degli ominidi a 6-10 milioni di anni fa. Non è quindi escluso che prima o poi venga trovato qualche predecessore di Lucy, magari proprio in Etiopia.

L'injera è il tipico pane etiope.
Si presenta come una grande crêpe scura e spugnosa, con un gusto acidulo che difficilmente si può definire gradevole per un palato abituato al pane!
Nei ristoranti tradizionali vale la pena ordinare il baya-ynatu: su un grande cesto in vimini, chiamato mesob, viene messo un piatto con due grandi injere sovrapposte e rimboccate lungo i bordi.
Al centro si versano piccole porzioni si salse e cibi etiopici: il wot (salsa piccante), il doro wot (spezzatino di pollo), il kai wot (spezzatino di carne), verdure e aib (formaggio fresco). Tutti i cibi sono piccanti o comunque molto saporiti.
Si strappa un pezzetto di injera e con esso si prende il cibo e lo si porta alla bocca. Accompagnata al gusto piccante di questi cibi, il sapore acido dell'injera non si avverte e risulta un'ottima alternativa alla forchetta.
In alcuni casi l'injera viene servita in una sorta di rotolo che, come fa notare la Lonely Planet, assomiglia incredibilmente alle salviette calde servite sugli aerei.
L'injera è preparata con il teff, un cereale che cresce sull'altipiano e che è ricchissimo di ferro: come tutti i cereali contiene calcio, potassio, proteine ed è ricco di carboidrati. Il teff ha una particolarità: la sua buccia, un po' come l'uva, contiene una sorta di lievito naturale, di conseguenza nella preparazione dell'injera non si aggiunge lievito.
Il teff viene macinato e con la farina si prepara un impasto che viene lasciato fermentare per qualche giorno.
La farina di teff viene poi impastata con acqua e sale e cucinata in un piccolo forno: il mafade, un disco di terracotta chiuso da un coperchio mobile, che viene sistemato direttamente su un fornello di fango e argilla.
Oltre al teff l'injera può essere preparata con mais, miglio, sorgo o riso ma in questo caso assume un colore diverso.
Una buona injera è chiara, sottile e di spessore uniforme e non contiene crusca o altre impurità.
Nei villaggi dell'altipiano l'injera viene conservata e trasportata in grandi cesti di vimini, ricoperti di fango.
Sebbene l'injera sia considerata uno dei piatti nazionali, il suo uso non è diffuso nel sud, dove per ragioni climatiche non è facile coltivare il teff.
Le tribù del sud preparano il qocho, una sorta di focaccia fatta con la farina di ensete.
L'ensete appartiene alla famiglia del banano e in effetti assomiglia parecchio ai veri banani, soprattutto per le foglie.
La differenza sostanziale sta che non produce i classici frutti a casco, per mancanza di ramificazioni nel rizoma.
Più alto di un vero banano (può raggiungere anche i 10 metri), dal tronco violaceo, dalle grandi foglie verde brillante, resistente alle malattie e alle variazioni climatiche, ha salvato milioni di etiopi dalla fame, durante le carestie che periodicamente affliggono il paese.
L’ensete o "falso banano" viene coltivato soprattutto a sud, nelle lowlands. Sull'altipiano domina invece il teff, il cereale con la cui farina si prepara l'injera.
Una capanna dorze circondata da piante di ensete
L’ensete viene utilizzato come cibo solo in Etiopia.
Quando raggiunge otto anni di vita il tronco viene abbattuto, spezzato e ridotto in polvere. Questa "farina" viene avvolta nelle foglie dell'ensete stesso e messa sotto terra a fermentare per oltre sei mesi. Si ottiene così la polvere di qocho, che viene bollita e cucinata. La focaccia di qocho, dal sapore aspro e pungente, è il cibo base di tutto il Sud dell’Etiopia.
Le foglie dell'ensete vengono utilizzate per costruire i tetti delle capanne, per nutrire gli animali, per confezionare cesti e cappelli. Con le fibre si ottengono corde e con le radici si preparano medicamenti.
Non stupisce dunque che ogni etiope delle lowlands coltivi le proprie piante di ensete nel giardino di casa sua!
Copyright © 1999-2004 Roberta Lombardi. Tutti i diritti riservati